L’arte di essere fragili

 
 

di Alessandro D’Avenia.

Caro Giacomo, 
Encomiabile che un professore porti in classe e al folto pubblico dei suoi lettori la tua grande figura di poeta e filosofo dalle forti radici ancorate nel secolo dei Lumi e con lo sguardo rivolto alle infinite sfaccettature del Romanticismo. Bello finalmente che ti veda come una persona viva, sognatrice, dolorante, ricca, stimolante, struggente, contraddittoria, come tutti i giovani di tutti i tempi. 
Acuto, non banale il fatto che questo professore ti presenti non come una povera anima sopraffatta dal pessimismo ma che ti descriva anzi intento ad allungare il tuo sguardo oltre i limiti e gli ostacoli che la vita ti ha posto, e ci pone, di fronte, per affrontare con dignità la debolezza umana e superare le limitazioni del nostro corpo e della nostra mente per mezzo delle idee.
Caro Giacomo, io però spero che questo professore, così pieno di entusiasmo e di buone pulsioni professionali e umane impari ad usare un tono meno perentorio con tutti noi, che capisca che non necessariamente la tua spiritualità, che il senso di eternità che gli uomini nutrono non debba essere obbligatoriamente illuminata dalla sua stessa Fede. Spero che scopra il sentimento del dubbio, che impari che un insegnante propone, facilita, coordina ma lascia anche spazio e libertà. Che il fine ultimo del suo ruolo è quello di diventare trasparente, presente ma alla fine invisibile. Che i discenti debbano essere portati verso la Verità, ma che questa non è la “sua” Verità ma quella che essi scopriranno con autonomia di giudizio.